Project Mirror, capitolo 1

scritto da Testadolce
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essendo un racconto lungo e avendo visto quante poche persone, visti i miei precedenti qui, sono disposte a leggerne uno così in blocco unico... ve lo spezzetto in parti. tre capitoli. Il primo è "Una chiamata dai pezzi grossi"
- Nota dell'autore Testadolce

Testo: Project Mirror, capitolo 1
di Testadolce

Discaimer dell'autrice: In project Mirror, di cui questo è il primo capitolo (Una chiamata dai pezzi grossi", c'è effettivamente un pochino di violenza (oh eccome se c'è) MA non abbastanza da dover restringere il tutto solo ai maggiorenni! Qui siete troppo drastici, per voi un racconto o è per tutti (bollino verde) o è solo per maggiorenni (bollino rosso) altri siti hanno gradazioni più ampie.. sono più elastici 8hanno anche i bollini giallo e arancione, questo è un bollino giallo). Perciò lascio il no alla domanda se ha contenuti per adulti, meterlo solo per maggiorenni sarebbe troppo restrittivo, comunque vi ho avvisati nel disclaimer.


23 settembre 2023 – Chicago, Stati Uniti

Notte umida, cielo appeso come un lenzuolo bruciato sopra le luci della città. Grattacieli che scintillano e respirano insieme, vetro e acciaio che riflettono un’umanità troppo stanca per accorgersene.
Al piano settantasette della Craigs Industries, l’aria è ferma. Silenziosa come una chiesa abbandonata.

L’ascensore dietro di lui si chiude piano, come un sigillo. In tasca stringe il taccuino con appunti e schizzi, idee per migliorare i sistemi di sicurezza interni, il progetto che — almeno così crede — lo ha reso interessante agli occhi dei “pezzi grossi”.

Il corridoio è così lungo che sembra disegnato da qualcuno che odia i passi umani. Le luci al neon pulsano a ritmo cardiaco, e più si avvicina all’ufficio del CEO, più sente crescere quella tensione sottile, quella sensazione che qualcosa stia per succedere e non ci sia modo di fermarlo.

Alla fine del corridoio, la porta: Robert Craigs, CEO.
Il nome inciso su una targa nera, lucida come uno specchio d’acqua profonda.

Paul si aggiusta la cravatta — ancora nuova, odora di negozio — e bussa.
Una voce, fredda, quasi gentile, lo invita a entrare.

Paul preme il suo badge visitatore contro il lettore, e il bip metallico rompe il silenzio. Sarebbe potuto entrare senza formalismi, era atteso, ma il galateo si richiede. 

L’ufficio è gigantesco, quasi vuoto. Vetrate che danno sulla città, lampade che sembrano sospese nel nulla. Sul pavimento, il riflesso delle luci dei droni pubblicitari che attraversano l’aria notturna.
Craigs è lì, in piedi davanti alla finestra, la sagoma tagliata in due dalla luce azzurra delle insegne.

«Signor Craigs?»
«Paul James, giusto?» dice lui, voltandosi lentamente. «Mi hanno parlato di lei. Giovane, preciso, troppo pulito per sopravvivere qui dentro.»

Paul deglutisce. «Mi ha chiamato per il progetto Sigma, signore?» avvicinandosi.
Un sorriso. Ma non di quelli che mettono a proprio agio. «In un certo senso sì.»

Il clic metallico arriva prima del panico.
La porta alle spalle di Paul si chiude di colpo, serratura automatica.
Poi passi. Tre. Pesanti, decisi.

Dal lato destro della stanza compaiono tre uomini in completo scuro, volti anonimi, sguardi vuoti. Mafiosi.
Paul li riconosce, non per esperienza, ma perché li ha visti in troppi film per non sapere cosa sono.

«Che sta succedendo?» chiede, arretrando d’istinto.
«Niente di personale,» risponde Craigs, andando verso la scrivania. «Solo affari. Ci serve un piccolo favore da parte sua.»

Il primo dei tre gli è addosso. Paul lo spinge, colpisce, sente le nocche urlare. Il secondo lo afferra alle spalle, il terzo solleva qualcosa che brilla.
Poi il dolore. Caldo, improvviso. Alla schiena.
Un coltello.

Il mondo vibra. L’aria diventa densa, viscosa. Craigs urla qualcosa che non capisce, i tre uomini si bloccano un istante, come bambini colti in flagrante.

«Idioti!»
La voce del CEO si spezza. «Dovevate solo portarlo via!» Ciò detto, apre un cassetto, tira fuori un kit di pronto soccorso, mani che tremano appena.

Paul sente le gambe cedere, il sangue scendere come una cascata invisibile sotto la camicia.

Craigs si avvicina, inginocchiandosi accanto a lui, posa il kit lì accanto, aprendolo, poi gli afferra le spalle, un gesto rincuorante. «Resisti. Non muoverti.»
«Che… cosa…»
«Zitto, ascolta.» Spiega il CEO «Non tolgo il coltello, capito? Rallenta il flusso.»

Poco distante, urla. I tre uomini discutono, si accusano. Craigs alza la testa, occhi febbrili.
«Fuori!»
«Capo—»
«FUORI!»

La porta sbatte. Silenzio.
Solo il respiro corto di Paul e quello più veloce di Craigs.

«Devo guadagnare tempo,» sussurra il CEO, correndo verso la scrivania.
Digita una combinazione sullo schermo. L’intera stanza vibra.

Protocollo Sigma attivato. Livello di contaminazione biologica critico. Chiusura immediata del piano settantasette.

Le luci diventano rosse. Sirene basse, un sibilo artificiale.
Craigs torna accanto a lui, ansimando. «È un bluff. Niente gas, niente virus. Solo un vecchio protocollo che fa sembrare tutto un laboratorio contaminato. Con un po’ di fortuna, non entreranno per paura di morire.»

Paul cerca di ridere ma tossisce sangue. «Ottima azienda… mentono anche quando salvano vite.»
«Non è per te che sto mentendo,» dice Craigs piano. «È per me.»

Il CEO gli apre la camicia, il filo da sutura in mano. Mani esperte. Troppo esperte.
Paul lo guarda e per un attimo non vede Craigs, ma un volto diverso sotto la pelle, come se il suo corpo stesse cambiando forma sotto la luce rossa d’allarme.

«Chi sei?»
Craigs lo fissa, immobile, e in quello sguardo c’è qualcosa di sovrumano e disperato insieme.
«Uno che ha perso tutto, e non sa più se vuole salvarsi o punirsi.»

Fuori, i mafiosi gridano, bussano, ma nessuno osa provare a rientrare. Dentro, il CEO cuce, e il tempo scorre come una preghiera fatta a voce rotta.

Il sangue aveva un odore ferroso e dolce, come una moneta tenuta troppo a lungo in bocca.
Craigs lo tamponava con garze che si riempivano in pochi secondi. Paul lo fissava, ancora lucido ma distante, come se guardasse la scena da fuori di sé.

«Non posso morire qui…» sussurrò.
«Nessuno muore finché non glielo permetto.»

Il tono del CEO era basso, ma dietro quella voce controllata si sentiva una fessura, qualcosa di rotto. Craigs chiuse un’ultima sutura e cercò di stabilizzare la ferita con una fascia d’emergenza.
Sul vetro alle sue spalle lampeggiavano gli avvisi di emergenza: SIGMA LOCKDOWN – ACCESSO NEGATO.

Fuori, i tre mafiosi urlavano in un misto di panico e rabbia. «Apri ‘sta porta, Craigs! Cazzo di contaminazione, che storia è?!»
«Non toccate nulla!» gridò lui, con una sicurezza che non aveva. «Sistema di contenimento biologico. Se si apre la porta, moriamo tutti in dieci secondi.»
Silenzio. Poi passi che si allontanano.

Paul provò a parlare, ma tossì di nuovo, il fiato tagliato in due. «Che diavolo… di potere… hai?»
Craigs restò immobile. «Non ora.»
«Se devo morire per colpa tua, ho il diritto di sapere.»

Il CEO inspirò piano, si passò una mano sulla fronte. L’aria puzzava di sangue e ozono.
«Non è un potere. È una maledizione. Posso assumere l’aspetto di chi tocco, di chi conosco… ma ogni volta perdo un pezzo di me. Come se la mia pelle ricordasse troppi volti e non sapesse più quale è il mio.»

Paul lo guardò con occhi che cercavano pietà e trovarono solo incredulità.
«Volevi rapirmi per… diventare me?»
«Sì.»

La risposta cadde secca, senza vergogna. Craigs si alzò, andò alla finestra, fissando le luci della città che pulsavano come un cervello impazzito.
«Non posso dirti tutto, ma tu sei… speciale. Hai accesso a qualcosa che nemmeno io posso toccare. E per ottenerlo, dovevo diventare te.»

«Cosa ho io che tu non hai?»
«Fede,» mormorò Craigs.

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